L’ARMAMENTO DEL CAVALIERE MEDIEVALE NELXIII SECOLO L’enorme interesse suscitato nelle nuove generazioni dalla cavalleria medievale, parzialmente legittimato dalla inesorabile deriva dei valori e dalla incapacità della società contemporanea di fornire solidi puntelli alle ansie antimaterialiste di taluni individui, ha determinato la nascita di numerosi gruppi di rievocazione storica che da anni tentano di dare vita, in tutta l’Europa, ad accurate ricostruzioni filologiche ispirate alla cultura materiale dell’Età di Mezzo, con particolare attenzione per le consuetudini militari e le tecniche di combattimento.
Gli antichi manuali di scherma quali, per citare i più noti, l’I33 (databile tra il XIII ed il XIV secolo) il Flos Duellatorum scritto da Mastro Fiore dei Liberi di Premariacco nel 1410, il De Arte Gladiatoria Dimicandi realizzato da Filippo Vadi nel 1482, il manuale di scherma di Iakob Sutor del 1470 ed il Codex Wallestein compilato nel 1490 circa da un anonimo tedesco, sono stati minuziosamente studiati ed analizzati al fine di ricostruire, con ampio margine di verosimiglianza, le modalità di scontro adottate dagli uomini d’arme del Medioevo. Attraverso l’analisi comparata delle testimonianze iconografiche provenienti dalle miniature in pergamena, dagli affreschi e dalle evidenze archeologiche, è stato altresì possibile ricreare fedelmente gli equipaggiamenti adottati dai cavalieri medievali, sperimentandone sul campo l’efficacia e la praticità.
Esigenza sostanziale dell’uomo d’armi dell’Età di Mezzo era quella di proteggere la naturale fragilità del corpo umano dalla morte per mano dell’avversario e dalle pesanti menomazioni fisiche che armi rudimentali ma decisamente efficaci quali frecce, asce, lance, spade, mazze ferrate, etc., avrebbero potuto cagionare. Era inoltre contemporaneamente necessario ridurre al massimo il carico delle protezioni applicate sul corpo, per evitare che queste potessero intralciare e rendere goffi i movimenti dei combattenti, i quali necessitavano di una certa libertà d’azione per non essere sopraffatti dagli avversari. La protezione di un armato del XIII secolo, si componeva di un corpetto di lino imbottito con crini di cavallo intrecciati che veniva indossato sopra una tunica lunga fino al ginocchio (normalmente di colore bianco, rosso o azzurro) e da brache, imbottite anche queste allo stesso modo, decisamente utili a contrastare le offese delle armi da taglio.
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Fig. 1 Cliccare sull'immagine per ingrandire.
Esperimenti realizzati con spade affilate utilizzate di taglio su ricostruzioni fedeli di tali corpetti, meglio noti come gambesons, hanno fornito risultati interessanti dal punto di vista archeologico-sperimentale. La lama non ha infatti minimamente intaccato il tessuto di lino protetto all’interno dai crini di cavallo, rivelandosi al contrario devastante nel momento in cui il colpo veniva inferto di punta.
Sopra il gambeson il cavaliere indossava una cotta di maglia (composta da migliaia di anelli di ferro intrecciati fra loro), di colore grigio ferro o bruno (Fig. 1) il cui peso, ricavato da alcuni esemplari originali ancor oggi esistenti, si aggirava intorno ai 9-12 chili. Ad essa si aggiungevano delle muffole di cuoio armate, necessarie alla protezione della mani che abitualmente erano agganciate agli anelli della cotta, così da formare un tutt’uno con questa. La maglia di ferro cominciò ad essere utilizzata largamente a partire dal Basso Medioevo e la sua invenzione è da ricondurre al mondo antico, attribuita alle popolazioni celtiche e ben presto adottata tra gli armamenti difensivi dei Romani. Il peso della cotta, assai consistente per colui che doveva muoversi celermente sul campo di battaglia, doveva essere parzialmente attenuato dal gambeson che, grazie alla propria imbottitura, era in grado di alleggerire la pressione esercitata dall’usbergo sulle spalle e dunque sulla colonna vertebrale.
Ulteriore escamotage per rendere più confortevole la cotta indosso, era quello di legare strettamente alla vita una cintura sulla quale la cotta medesima doveva essere accavallata, in modo da decomprimere il trauma ponderale sulla colonna e distribuirlo per un buon 60% sulla vita. Tale procedimento era fondamentale poiché l’uso prolungato della maglia di ferro avrebbe potuto cagionare lo schiacciamento delle vertebre e dunque il formarsi di dolorosissime ernie.
D’altra parte il problema più rilevante derivante dalla pesantezza della cotta era determinato dalle maniche della medesima che da sole costituivano quasi il 30 % della ponderosità totale e che venivano assicurate agli arti superiori con delle cinghiette di cuoio che ne impedivano il penzolare delle parti più vicine ai polsi. Ad ogni modo, conseguenza di tale gravità” era un incremento consistente della pressione dell’usbergo sulle spalle ed in particolare sulla cassa toracica, capace di generare pericolose difficoltà respiratorie al combattente. Per superare tali criticità, gli armati praticavano una ferrea disciplina fisica, finalizzata ad accrescere la loro capacità di resistenza alla fatica ed a sviluppare al massimo l’elasticità muscolare, tutti espedienti che potevano attenuare, ma non escludere del tutto le difficoltà respiratorie, maggiormente evidenti nei soggetti asmatici, e nei cardiopatici. Alla luce di tali considerazioni, riteniamo che potesse essere tutt’altro che infrequente vedere nel Medioevo cavalieri bardati stramazzare al suolo, colti da collasso cardiocircolatorio o da improvvisi attacchi d’asma.
Nonostante tutto, la cotta aveva i suoi innegabili pregi. Se è vero, come dimostrato dal Prof. David Nicolle dell’Università di Nottingam, che l’usbergo non era affatto in grado di bloccare le frecce, capaci di frantumare gli anelli di maglia e di causare, nei casi più gravi, la penetrazione di frammenti dei medesimi nelle carni del malcapitato causando infezioni e cancrene, è però altrettanto vero che questo forniva una protezione adeguata al cavaliere contro i colpi di spada o di ascia sferrati di taglio.
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Fig. 2 Cliccare sull'immagine per ingrandire.
La sufficiente elasticità della cotta era infatti in grado di distribuire la violenza del colpo inferto, su tutto il corpo, causando, nella peggiore delle ipotesi, forti contusioni, lividi e fratture. La maglia di ferro non era però in grado di resistere ai colpi di lancia, così come attestato da una miniatura della Bibbia Maciejowski (Fig. 2) (splendida copia miniata del Vecchio Testamento, realizzata intorno al 1250 da un artista parigino), specie quando questi venivano sferrati da un avversario a cavallo che sfruttava la terribile forza d’impatto impressa al colpo dell’animale spinto al galoppo.
Brache di maglia di ferro, proteggevano gli arti inferiori del cavaliere il quale poteva disporre, quale protezione aggiuntiva di schinieri in cuoio o metallo (queste ultime risalenti almeno alla metà del secolo XIII), come si evince da un’immagine estrapolata dalla già precedentemente menzionata Bibbia Maciejowski (Fig. 3)
Fig. 3 Cliccare sull'immagine per ingrandire.
nonché dalla raffigurazione del cavaliere Kristan Von Luppin (fol. 226v) (Fig. 4) presente nel Codice Manesse, testo miniato di area zurighese realizzato intorno al 1304, utile allo studio degli armamenti del Tardo Duecento, in buona parte simili a quelli adoperati nel primo ‘300. Gli schinieri dovevano verosimilmente servire a preservare gli stinchi del combattente a cavallo dalle aggressioni dei fanti che, nel tentativo di disarcionarlo, avrebbero potuto colpirlo in tali parti del corpo.

Fig. 4 Cliccare sull'immagine per ingrandire.
La testa del cavaliere era poi protetta da un elmo che nel XIII secolo poteva essere conico con nasale, a cervelliera con o senza nasale, a forma di largo cappello, oppure pentolare che offriva la protezione integrale del capo (Fig. 2). Come dimostrato dagli studi di archeologia sperimentale condotti da David Nicolle, quest’ultimo era assai efficace contro i colpi di spada, anche se il codice Vanesse ( a meno che non si tratti di una rappresentazione suggestionata da un certo manierismo espressivo) mostra come il copricapo metallico in questione potesse essere comunque sfondato da un fendente assestato con la giusta potenza, durante il combattimento (Fig. 5). Tale elmo era però inefficiente, quando il cavaliere si trovava appiedato e doveva affrontare un avversario che in groppa al suo destriero sferrava un colpo di mazza ferrata all’altezza del cranio. Il medesimo Nicolle ha infatti scoperto che tale botta era in grado di sfondare l’elmo, producendo un foro simile a quello procurato dall’esplosione di un proiettile di rivoltella. Ad ogni modo la protezione della testa era altresì assicurata dalla presenza del camaglio, bloccato all’altezza della fronte con fili di cuoio, talora dotato di una ventaglietta orizzontale foderata internamente di lino o di lana che consentiva al cavaliere di proteggere la bocca ed il naso dal contatto diretto con gli anelli di ferro. Possiamo infatti ritenere che all’epoca, come del resto ancora oggi, non fossero infrequenti le reazioni allergiche generate dal contatto del ferro della cotta o del camaglio con la nuda pelle.

Fig. 5 Cliccare sull'immagine per ingrandire.
Spesso la protezione ad anelli per la testa poteva costituire un tutt’uno con la cotta, mentre qualora il cavaliere avesse indossato il camaglio, poteva evitare il fastidioso ciondolare dello stesso assicurandolo al collo della magia ferrata con funicelle di cuoio o di corda (Cfr. Fig. 1, in particolare il primo cavaliere sulla sinistra che trascina in ceppi alcuni prigionieri). Sotto il camaglio veniva infine indossata un’infula di lino bianco imbottita e non.
Talora, specie quando gli elmi erano di forma conica od a cervelliera, i camagli, in particolare nel secolo XII, erano dotati di una ventaglia verticale che copriva la gran parte del volto, in particolare il naso, lasciando scoperti i soli occhi. Del resto durante gli scontri cruenti, il combattimento assumeva una dimensione di violenza inaudita che non lasciava spazio ad alcuna tecnica schermistica forbita nè all’eleganza stilistica tanto cara ai rievocatori contemporanei. Invero nella mischia sopravviveva solo colui che era in grado di individuare istintivamente i punti deboli dell’avversario per utilizzarli con destrezza a proprio vantaggio.
Maggiore efficacia era dunque offerta, come abbiamo già in precedenza dettagliato, dai colpi inferti di punta, di spada o di lancia, che tendevano abitualmente a cercare il volto o le parti più scoperte del nemico. Da ciò scaturiva la necessità di proteggere adeguatamente il viso, servendosi di un elmo integrale oppure di parti di maglia ferrata applicate a protezione del viso medesimo. Gli elmi erano in alcuni casi dipinti con i colori distintivi del blasone del signore che li indossava.
Per evitare un eccessivo surriscaldamento del metallo sulla testa, specie nelle stagioni più calde, venne mutuata dalla Terra Santa la consuetudine di rivestire esternamente l’elmo con alcuni scampoli di tessuto che, ben presto sarebbero divenuti elementi ornamentali e variopinti peculiari dell’araldica medievale. La straordinaria forza d’urto del cavaliere era dunque assicurata dal cavallo mandato alla carica, dalla ponderosità delle protezioni indossate e dalla lancia di legno a punta metallica che, quasi certamente già a partire dal XIII secolo, doveva essere dotata di un comodo paramano, così come attestato dal Codice Manesse (Fig. 6).

Fig. 6 Cliccare sull'immagine per ingrandire.
Completavano l’armamento del cavaliere lo scudo e la spada. Lo scudo era non molto grande, fatto interamente di legno e ricoperto da cuoio, leggermente incurvato nel caso in cui avesse avuto forma triangolare (nel XIII secolo i cavalieri potevano utilizzare anche scudi tondi, cfr. fig. 2) per consentire una maggiore protezione, assicurato al braccio ed al collo da coregge di pelle e dipinto con stemmi araldici ricavati intrecciando alternativamente i due metalli oro (il giallo) ed l’argento (il bianco), con gli smalti rosso, blu, nero e verde. I contrassegni araldici erano inoltre cuciti o disegnati sugli scapolari che venivano indossati sopra la cotta ed oltre ad indicare la dignità dell’uomo d’armi, avevano il compito di rendere più agevole l’identificazione sul campo di battaglia di un signore anziché di un altro. I suddetti scapolari erano infine dotati di una fodera interna di colore differente rispetto alla parte esterna. L’arma più nobile di un cavaliere era la spada, vera e propria opera d’arte realizzata da artigiani i quali custodivano gelosamente le tecniche per la sua realizzazione, tramandandosele, alla stregua di un segreto iniziatico, di generazione in generazione.
Quest’ultima disponeva di due fili che prendevano il nome di filo dritto (o diritto) e filo falso (o rovescio). Il filo dritto è quel filo che guarda l'avversario ed è nella stessa direzione delle nocche di colui che impugna la spada. Il filo falso è quello che rimane rivolto verso chi la impugna e nella direzione del pollice, all'attaccatura. L'elsa era invece composta da un manico costituito dal codolo della lama a cui erano fissate due guance in legno o di osso (spesso ricoperta con cuoio o materiali affini), in una guardia in metallo e in un pomolo. Talvolta all’interno del manico venivano introdotte piccole reliquie che dovevano servire a preservare il combattente dalla morte o dalle ferite in battaglia.
BIBLIOGRAFIA RAGIONATA
La quasi totalità della bibliografia specialistica relativa agli armamenti medievali è in lingua inglese, atteso l‘interesse che il mondo accademico anglosassone ha manifestato nei riguardi di tali argomenti di ricerca, specie nell’ultimo decennio. Nonostante tutto anche la storiografia italiana ha prodotto dei volumi pregevoli ed utili allo studio degli armamenti medievali. Ci permettiamo in tale sede di riportare alcuni brevissimi suggerimenti bibliografici, utili ad approfondire le tematiche trattate nel nostro saggio:
G. Amatuccio, Mirabiliter pugnaverunt. L'esercito del Regno di Sicilia al tempo di Federico II, Napoli 2003, Questo testo è assai utile poichè condensa in 210 pagine, la storia dell’esercito svevo, costituito da cavalieri germanici, arcieri saraceni, milizie comunali e cavalieri del regno. L’ultima parte del suddetto volume si concentra sull’analisi degli equipaggiamenti e sulle strategie militari.
F. CARDINI, Alle radici della Cavalleria Medievale, Scandicci 1981. Il volume in questione, per quanto datato, è assai utile per la gran messe di informazioni contenute, nonché per la consistente bibliografia citata dall’autore. Interessanti le pp. 64 e ss, contenenti un’interessante disamina relativa all’importanza della spada dal punto di vista antropologico, storico e religioso della spada.
M. K. Lawson, Observations upon a Scene in the Bayeux Tapestry, the Battle of Hastings and the Military System of the Late Anglo-Saxon State in: The Medieval State: Essays Presented to James Campbell, ed. J.R. Maddicott and D.M. Palliser ( London : Hambledon Press, 2000) p. 73-91.
a. Mounier Kuhn, Les Blessures de guerre et l'armement au moyen age dans l'occident Latin, Medievales v.39 (2000), p.112-136. Tale contributo è assai interessante poichè esamina l’efficacia degli armamenti medievali e delle protezioni individuali utilizzata dagli uomini d’armi.
H. J. Nicholson, Medieval warfare: theory and practice of war in Europe , 300-1500, Basingstoke 2004.
D. Nicolle, Warriors and their Weapons around the Time of the Crusades: Relationships between Byzantium , the West and the Islamic World, Aldershot 2002.
L. S. Scales, Germen militiae: war and German identity in the later Middle Ages in: Past and Present: A Journal of Historical Studies v.180 (2003) p.41-82. |